Il lavoro che Manca

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Il lavoro è vita. La vita a volte è anch’essa quasi un lavoro. Nel lavoro si identificano i valori sacrosanti  dell’uomo.

L’ aspetto più doloroso della crisi economica, della grave situazione congiunturale del paese, il problema più grande è rappresentato dalla  mancanza di lavoro, che riguarda tutte le generazioni: dai giovani fino ad arrivare a quelli vicini alla pensione o che si trovano  in casa integrazione o che hanno perso completamente il lavoro  per i quali  è precluso perfino l’ approdo  alla pensione, viste le attuali rigide norme. Parlare di “lavoro” è oltremodo difficile e il rischio che si corre è quello di apparire demagogici o di scadere nei luoghi comuni, tuttavia,  da sindacalista, che in qualche modo segue  e si interessa dei problemi del mondo del lavoro, sento il dovere di fare una riflessione sul tema, senza essere, comunque, un economista o un tecnico della materia.  Prescindendo da tutte le possibili  valutazioni, da tutte le cause, da tutte le responsabilità che pure esistono e  ci hanno condotto a questa situazione, non bisogna esimersi dall’ esprimere un proprio pensiero in merito.  Credo che occorra partire da un punto fermo su cui tutti convengono e cioè che il lavoro non può essere inventato, non può scaturire da una formula, dalla buona volontà di qualche imprenditore o da finanziamenti  dello stato, ma scaturisce dal mercato, dall’ incontro tra domanda ed offerta. Tutti dicono che necessita il lavoro, che occorre dare risposte, che il governo deve fare in fretta a trovare soluzioni. E’ sbagliato  far  passare l’idea che il lavoro e quindi l’occupazione può essere creato per decreto o per legge.  L’equazione semplice a cui facevo riferimento si esplicita come segue: il lavoro  aumenta se viene incrementata la produzione, quest’ultima  a sua volta  aumenta solo attraverso una diffusa e generalizzata domanda dei beni e servizi, tale processo è  innescato  solo dai  cittadini che abbiano una disponibilità finanziaria e qualche sicurezza per il futuro, questo meccanismo virtuoso sarebbe necessario, indispensabile  per uscire da una situazione di stagnazione o meglio di  recessione.  La crisi si è manifestata in modo così drammatico perché sulla maggior parte dei cittadini grava un peso fiscale elevato che tutti conosciamo, che colpisce soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati, che pagano puntualmente ciò che devono. Urge, pertanto, avviare una nuova fase per poter uscire dallo stallo della recessione, incrementare il potere di acquisto, rinnovare i contratti di lavoro bloccati da anni,  detassare   il salario accessorio ed oneri relativi alla produzione ed al lavoro, indicizzare le pensioni  che  non aumentano di un centesimo, bloccate come sono da tempo.  Sinceramente, non penso che elargire contributi una tantum alle imprese per incentivare economicamente l’occupazione possa  essere utile, non si costruisce lavoro stabile ed occupazione con aiuti occasionali, che spesso non sono immediatamente disponibili ed usufruibili. In passato la Confindustria, il mondo imprenditoriale, quando bussava a soldi chiedendo contributi o sgravi fiscali al Governo, sistematicamente attaccava la Pubblica Amministrazione, per giustificare i loro eventuali proventi, indicando che gli sprechi erano e sono imputabili alla P.A., ma in questo difficile periodo tale prassi appare insensata, viste le grosse difficoltà che anche la P.A. versa al pari di tutti, da diversi anni (vedi la Sanità, Vigili del Fuoco, Tribunali, Polizia, Esercito, Scuola, ecc.), pertanto, oggi qualcuno dovrebbe pur avere il coraggio di dire alle imprese che se continuassero a produrre in presenza di incentivi, acquistando materie prime, con i  magazzini strapieni, senza aver venduto nulla o quasi  dei beni  prodotti, per la carenza di  domanda, il risultato sarebbe un aggravamento dei problemi in modo ancora più serio compromettendo maggiormente una eventuale ripresa che allo stato attuale appare difficile, con il risultato che per l’impresa non ci sarebbero ricadute utili, ma avrebbe sostenuto ulteriori spese per acquisti di materie prime e spese per il personale senza alcun introito finanziario.  Con tutte le buone intenzioni e le possibili iniezioni di fiducia, senza una auspicabile capacità di spesa dei cittadini italiani, credo che sarà difficile, in tempi brevi, un cambiamento, una inversione di tendenza dell’economia ed, in particolare, dell’aumento della produzione che potrà avvenire solo se la gente avrà più disponibilità a spendere, consumando i beni prodotti e svuotando i magazzini dalle giacenze. In questo contesto possono reggere solo le imprese che hanno un mercato estero,  ma anche fuori dal nostro paese non mancano le difficoltà  perché la congiuntura negativa coinvolge l’euro zona in particolare, ma anche tante altre nazioni nel mondo.  Per i motivi descritti e per le misure, a mio avviso insufficienti, intraprese dal Governo Letta, mi rendono scettico, anche perché  ritengo che gli  annunci del governo non daranno gli esiti sperati. Mi auguro di sbagliare!La persone non spendono, non vanno in vacanza, non acquistano più case (spesso le rivendono perché gravate da mutui non sopportabili), non spendono soldi per cure sanitarie, ritirano i figli dalle università, vanno a fare la spesa nei discount, non acquistano più automobili, si tolgono la vita perché non riescono a far fronte agli impegni economici assunti, non comprano, o limitatamente, carne e pesce,  si è tornati a fare il pane in casa, comprando solo la farina, ci si limita nel consumare energia per il riscaldamento, si  usa l’auto solo in caso di necessità, moltissimi si rivolgono a centri di assistenza per ricevere aiuti alimentari o per avere un pasto giornaliero, si fittano camere dell’appartamento in cui si  vive ecc. ecc., tutto per tentare di sbarcare il lunario. Poi, qualcuno dovrebbe rispondere ai proclami esternati della Fornero, quando sosteneva che i suoi pensieri, le sue preoccupazioni erano per i giovani e per il loro futuro, qual è stato il risultato, quando con l’aumento dell’età pensionabile si preclude  al  turn over del lavoro, facendo lavorare gente invecchiata e forse incapace per l’ età avanzata, che  gli  stessi datori di lavoro  farebbero volentieri a meno. Perché, in presenza di difficoltà, non si parla di contratti di solidarietà, perché non si discute di una vecchia proposta di alcuni anni or sono, cioè della riduzione dell’orario di lavoro, per allargare la platea degli occupati anche con una riduzione salariale, perché non si pensa ad un eventuale tutoraggio con riduzione di salario di coloro i quali sono prossimi al pensionamento, permettendo  l’ ingresso al lavoro di giovani mediante il cosiddetto “reddito di cittadinanza o assegno sociale o anche salario di ingresso”, che consentirebbe di acquisire  la necessaria esperienza lavorativa prima e successivamente  rimanere  stabilmente al lavoro. Non si capisce, viste le condizioni, perché non si allenta le rigidità previste dal patto di stabilità degli enti pubblici, non si capisce perché anziché sperperare denaro non si incentivano le imprese che investono in innovazione e ricerca, non si capisce perché non viene considerato “il merito” ed il valore, anche se tutti ne parlano, ma nessuno ne tiene conto. Sono queste le preoccupazioni, questo è il quadro, questi sono i dubbi e le perplessità, ecco perché  ritengo che le difficoltà perdureranno, anche perché, nonostante il gran parlare non  si vedono drastici provvedimenti per la riduzione dei costi della politica, per la riduzione e lotta alla cattiva ed improduttiva spesa pubblica, una lotta seria all’evasione fiscale che dovrebbe prevedere una importante sanzione penale per trasgressori, che a parole tutti dicono di voler combattere, ma poi si intravede appena un po’ di fumo, ma di concreto assolutamente niente.  E’ urgente  intraprendere in modo serio, con meno chiacchiere e più fatti, la strada del rilancio del sistema economico con riforme strutturali, serie, è urgente incominciare  a considerare seriamente  il lavoro precario, il lavoro nero, il lavoro mal pagato, senza diritti e senza tutele, il lavoro che  non c’è , per il quale  giovani  e  donne hanno smesso anche di  cercare.  Per chiudere, dopo quanto esposto forse si dovrebbe e bisognerebbe  essere ottimisti, comunque ed a prescindere, ma allo stato non vedo a breve un futuro con buone prospettive, non si vede, come spesso si dice, la luce in fondo al tunnel.

           Il Segretario Regionale Organizzativo    UIL – FPL di Basilicata

Giuseppe Cardone  

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