Il coraggio che manca per riacquistare le virtù perdute

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Il PD lucano è un grande partito di governo, le cui potenzialità e carica innovatrice e riformatrice sembrano compresse da un blocco immobilista imperniato sulla spesa pubblica. Larga parte di questo blocco politico – sociale – economico è composto da chi oggi, venendo meno le risorse per garantire la propria sopravvivenza, detesta la casta.

La politica, colpevolmente responsabile del degrado che ci indigna ogni giorno, è diventata  il capro espiatorio di tutti i mali dietro cui ciascuno di noi vigliaccamente si nasconde. In Basilicata, il partito democratico e, più in generale la politica, ripete lo schema, dagli effetti perversi, che ha ostacolato al Sud la crescita di una società più dinamica ed autonoma, in cui il sistema politico è riuscito a trasformare la debolezza economica in risorsa politica.

I politici, di destra e sinistra, hanno goduto di tanto consenso basato sulla capacità di soddisfare continuamente domande particolaristiche più che un consenso fondato su identità allargate e valori condivisi.

Il prodursi e riprodursi di certi modelli di comportamento, i quali hanno a loro volta ostacolato lo “spirito pubblico”, hanno legittimato l’uso privatistico delle istituzioni pubbliche, hanno spinto a sviluppare un “saper fare” politico piuttosto che economico, e quindi una capacità di sfruttare le opportunità offerte dal mercato politico piuttosto che da quello economico.

Questa concezione e gestione della spesa pubblica ha sì sostenuto il reddito ed i consumi, ma, rafforzando i meccanismi di dipendenza dalla politica, ha finito per plasmare un ambiente sfavorevole allo sviluppo economico, un’area sociale estesa e variegata che unisce scarsa efficienza economica e elevata produttività politica in termini di consenso elettorale.

In questo contesto si è modellato un blocco politico, sociale ed economico che prescinde dai partiti e li trascende trasversalmente, ha “deviato” la missione della politica dall’interesse generale svuotandola della capacità di direzione dei processi.

Si è formato un ambiente scientificamente parcellizzato in tanti “contratti di filiera”, laddove l’affiliazione e la cooptazione sono diventati gli unici propedeutici ed imprescindibili requisiti e criteri per selezionare la classe dirigente e distribuire benefici.

Cambiare tutto ciò, per quanto necessario, è un’impresa immane perché chiede a politica, sindacati, imprenditori, professionisti e comuni cittadini di andare contro se stessi, modificare profondamente i propri comportamenti e le modalità di relazionarsi.

Il ciclo politico ventennale del centrosinistra si è chiuso. Serve un nuovo patto con la comunità lucana.

E’ giusto e di buon senso pretendere un decoroso comportamento dei politici, ma siamo anche consapevoli che i buoni propositi rischiano di inflazionare l’archivio del già detto e fallito.

Autoreferenzialità, arroganza e incapacità di ascolto hanno impedito di intraprendere un percorso diverso che evitasse di finire nella palude in cui ci troviamo. Troppi ritardi si sono accumulati, sono stati insufficienti i luoghi e le occasioni per il confronto, mentre, invece, serviva e serve una discussione urgente e serrata nel partito.

Le vicende giudiziarie di questi giorni destano profonda amarezza, il popolo lucano merita altro. E’ tempo che più di qualcuno si riposi, ma evitiamo di vedere sempre nemici da abbattere e, con decisione, procediamo al rinnovamento della classe dirigente, rifuggendo, con coraggio e con la lucidità della proposta politica, dall’obbedienza ai capitani di ventura.

                                                                                                        Rocco Giorgio

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